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Procura di Roma chiede chiusura del secondo filone congolese

La Procura di Roma ha avanzato una richiesta formale per chiudere il secondo filone investigativo collegato alla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci avvenuta nella Repubblica Democratica del Congo nel 2021. Questa fase processuale si era focalizzata su un gruppo di sei cittadini congolesi accusati di aver partecipato all’aggressione e che in primo grado sono stati condannati all’ergastolo. L’istanza di archiviazione non riguarda il processo già celebrato in Congo, ma un’ulteriore verifica aperta in Italia per chiarire circostanze diverse rispetto al giudizio congolese. Il termine tecnico “archiviazione” indica che, allo stato degli atti raccolti nell’istruttoria italiana, gli inquirenti ritengono mancanti elementi utili a sostenere un ulteriore procedimento penale qui. La richiesta sarà ora valutata dal giudice che decide se accogliere la proposta o disporre ulteriori accertamenti.

Ritrattazioni e ruolo dei ROS

Nel corso delle indagini italiane i sei imputati sono stati ascoltati dai ROS, i reparti speciali dei carabinieri dedicati alle investigazioni complesse e antimafia, in tre missioni distinte sul territorio congolese. In quei colloqui alcuni hanno ritrattato le confessioni rese in precedenza, sostenendo che le ammissioni erano state estorte con la forza e quindi non attendibili. Le ritrattazioni hanno creato una questione centrale: la valutazione della attendibilità delle ammissioni e la possibile presenza di violazioni procedurali nelle fasi di raccolta delle dichiarazioni. Quando emergono dubbi sulla regolarità delle acquisizioni probatorie, la loro efficacia nel sostenere un’accusa diminuisce sensibilmente, rendendo difficile ottenere un prosieguo processuale in Italia. Per questo motivo gli investigatori hanno considerato l’ipotesi di chiudere il fascicolo, poiché i profili probatori appaiono incerti alla luce delle nuove dichiarazioni.

Ostacoli derivanti dalla cooperazione internazionale

Un altro elemento che ha pesato sulla decisione della Procura è la limitata collaborazione giudiziaria da parte delle autorità congolesi. La cooperazione internazionale è essenziale quando le indagini coinvolgono fatti avvenuti all’estero e soggetti processati in un altro Stato, perché consente di acquisire atti, ascoltare testimoni e verificare modalità operative. In assenza di un pieno scambio di documenti e di accesso alle fonti locali, gli organi investigativi italiani si sono trovati con risorse limitate per confermare o confutare le ritrattazioni e altre evidenze rilevanti. Questo deficit rende più probabile che una prosecuzione dell’azione penale italiana si basi su elementi insufficienti o non corroborati. La mancata collaborazione può quindi tradursi in una scelta motivata di archiviare, almeno fino a che non emergano nuovi fatti o nuove forme di cooperazione.

Conseguenze procedurali e prossime fasi

La richiesta di archiviazione avviata dalla Procura non è l’atto finale: tocca al giudice per le indagini preliminari valutare la documentazione e decidere se disporre l’archiviazione o ordinare ulteriori accertamenti. Se l’archiviazione venisse confermata, ciò non impedisce a nuove prove credibili di riaprire il procedimento in futuro. Sul piano pratico, la decisione incide sulla possibilità di esercitare azioni penali autonome in Italia e sulle prospettive di chiarire definitivamente le responsabilità relative alla sparatoria. Dal punto di vista delle vittime e dei familiari, la richiesta rappresenta un passaggio istituzionale che può essere visto come una perdita di certezze quanto come una valutazione tecnica degli elementi disponibili. Infine, va sottolineato che le procedure internazionali e le decisioni giudiziarie rimangono separate: le condanne pronunciate in Congo mantengono la loro validità secondo il diritto congolese, mentre l’iter italiano procede secondo le regole e le prove raccolte nel nostro ordine giudiziario.

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